Walter Sabatini

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Walter Sabatini un personaggio da studiare , conoscere e seguire.

(M. Calabresi) A Walter Sabatini, per lo Slideshow su Roma Tv, hanno fatto trovare un posacenere, tutti convinti che in un’ora di confessioni si sarebbe sparato un pacchetto di sigarette. E invece no: Sabatini, sapendo di poter fumare, non lo ha fatto. Forse per una reazione tipica del suo carattere controcorrente, sicuramente perché inghiottito dalle foto che gli scorrevano davanti. Lui solo (per un amante di Garcia Marquez, il massimo) con lo schermo, l’ufficio stampa alle spalle, nessuno a intervistarlo: bella idea, quella di lasciar parlare le immagini, soprattutto se a fare le didascalie è un personaggio così. Un d.s. atipico, che gira con due orologi di cui uno puntato sull’orario del Sudamerica, che tanti anni fa «riusciva a ridere spontaneamente ed era più gioioso». In pochissimi lo avevano visto con gli occhi lucidi: ieri, si è scoperto che Sabatini sa anche emozionarsi. Lo fa quando gli mostrano una foto di Renato Curi, l’unica che sa di conservare, dopo aver distrutto tutto il resto dei ricordi di carta. Bambino, giocatore, romanista («C’erano i presupposti per costruirsi una bella storia, ma non è stato così: ero limitato cerebralmente»), compagno di Francesco Rocca («il più grande calciatore con cui abbia mai giocato»), figlio, marito e poi papà di Santiago.

La scelta di Garcia Il nome dato a suo figlio gli ha fatto conoscere Luis Enrique da una prospettiva diversa. «Una persona di un’onestà non replicabile», ma che a Roma ha fallito. Come il Baldinibis, almeno nei risultati sportivi: «Mi ha convinto due volte a scegliere la Roma poi, quando si è dimesso, ho pensato di farlo anch’io, prima di far valere il senso di responsabilità. Ma se fosse rimasto, me ne sarei andato». Invece no, Sabatini è al suo posto, con Pallotta («ha un’intelligenza guizzante, riuscirà in tutto quello che si è messo in testa»): ha preso e visto partire Pastore e Lamela («tifo per loro») e scelto Rudi Garcia, che ha chiesto espressamente di vedere l’intervista fotografica. «Avevamo bisogno di serenità combattiva, di andare in trincea ma con la tranquillità. Gli ho fatto una domanda supplementare, chiedendogli che rapporto volesse costruire con la squadra: mi ha risposto che ama la sua squadra. Due parole decisive».

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